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TRANSIZONE 5.0 - Calice amaro per gli "esodati"

2026-03-31 16:21

Roberto Varagnolo

Finanza Agevolata, industria-50, esodati-50,

TRANSIZONE 5.0 - Calice amaro per gli "esodati"

Decreto Legge n. 38 del 27 marzo 2026Calice amaro per chi ha presentato la domanda per il creditod’imposta di Transizione 5.0 dal 7 novembre 2025 in p

Decreto Legge n. 38 del 27 marzo 2026
Calice amaro per chi ha presentato la domanda per il creditod’imposta di Transizione 5.0 dal 7 novembre 2025 in poi, cioè i cosiddetti “esodati”. Il Decreto fiscale dispone che a queste imprese venga riconosciuto solo il 35% del credito spettante e per la sola parte relativa ai beni strumentali.Restano dentro le spese per le certificazioni, mentre sono escluse quelle per le rinnovabili.

Resta un barlume di speranza nel comunicato stampa del CdM del 27 marzo: “il Governo ha intenzione di avviare un tavolo di confronto con le categorie produttive interessate. L’obiettivo è quello di valutare, in sede di conversione del decreto,eventuali risorse aggiuntive che si rendano disponibili..”.

Confindustria sottolinea la violazione del principio del legittimo affidamento e  il grave vulnus alla fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni.

Il Ministro Giorgetti difende la misura, evocando necessità di bilancio, e apre al dialogo chiarendo che da questo taglio dipende la possibilità di supportare le imprese in difficoltà per la crisi energetica. Convocato d’urgenza tavolo di confronto il 1° aprile

 

Nel testo del Decreto fiscale approvato dal Consiglio dei Ministri e subito pubblicato in Gazzetta Ufficiale (decreto legge n. 38 del 27 marzo 2026) si dispone che alle imprese in lista di attesa andrà solo il 35% dei crediti d’imposta validamente richiesti.

Lo stanziamento previsto è infatti di soli 537 milioni a fronte di un fabbisogno di circa 1,5 miliardi di euro necessari a soddisfare le domande in esubero rispetto alle risorse stanziate.

Ma non è tutto: questa quota di riparto al 35% andrà calcolata unicamente sugli investimenti relativi ai beni strumentali compresi negli allegati A e B. Restano quindi esclusi gli investimenti nelle fonti rinnovabili e nei sistemi di gestione dell’energia.

Saranno liquidate le spese sostenute per adempiere agli obblighi di certificazione.

Come noto, Transizione 5.0 si è chiuso con un esubero di domande di crediti d’imposta per un valore complessivo di circa 1,6 miliardi, di cui una minima parte relativa alle FER e il grosso (circa1,5 miliardi) relativo agli investimenti in beni strumentali.

La legge di bilancio aveva stanziato 1,3 miliardi di euro, che – a conti fatti – avrebbero permesso di coprire quasi integralmente il fabbisogno. Ma di questi 1,3 miliardi il Governo ha deciso di lasciare per gli “esodati” solo 537milioni di euro. Questi 537 milioni disponibili consentono di coprire, appunto, il 35% circa degli 1,5 miliardi non coperti relativi alle domande presentate dopo il 6 novembre 2025. In pratica, per gli investimenti solo in beni strumentali, senza quindi FER e formazione, chi aveva diritto l’aliquota al 45% andrà a percepire solo il 15,75% sull’investimento (il 35% del 45%); chi aveva diritto l’aliquota al 35% prenderà invece il 12,25% (il 35% del 35%). Siamo insomma ben al di sotto persino del beneficio che avrebbe offerto il “semplice” piano Transizione 4.0. La situazione ovviamente peggiora in caso di presenza di investimenti in fonti di energia rinnovabile.

Una piccola magra consolazione riguarda invece le modalità di fruizione. Entro il 30 aprile 2026 il GSE comunicherà ai soggetti interessati e all’Agenzia delle Entrate il beneficio maturato. Le aziende potranno quindi utilizzare l’intero credito d’imposta in compensazione presentando un modello F24 entro il 31 dicembre 2026, decorsi cinque giorni dalla comunicazione del credito utilizzabile ai soggetti interessati.

Nella nota stampa rilasciata dopo il Consiglio dei Ministri il Governo ha spiegato che “ha intenzione di avviare nei prossimi giorni un tavolo di confronto con le categorie produttive interessate. L’obiettivo è quello di valutare, in sede di conversione del decreto, eventuali risorse aggiuntive che si rendano disponibili, anche alla stregua delle osservazioni che saranno ricevute sull’ordine di priorità per il loro utilizzo”. In altre parole: intanto il decreto uscirà così, poi si vedrà in sede di conversione in legge, cioè in Parlamento tra un mese abbondante (i decreti legge vanno convertiti entro 60 giorni).

 

Come era facile prevedere, il day after del decreto fiscale è stato nel segno della protesta.

Confindustria ha parlato con la voce di Marco Nocivelli, Vicepresidente con delega alle politiche industriali e il Made in Italy: “Una simile decisione – che ricordiamo ha effetti retroattivi e lede il principio del legittimo affidamento –penalizza pesantemente le imprese che hanno completato ingenti investimenti nel 2025 e che si troveranno ad affrontare ulteriori problemi di liquidità in un momento già particolarmente complesso”, dice Nocivelli. “A novembre avevamo avuto rassicurazioni dai ministri Giorgetti, Foti e Urso sul fatto che le cosiddette imprese “esodate” del 5.0 con progetti congrui avrebbero avuto accesso all’agevolazione secondo le condizioni previste nel Piano, la cui conclusione era fissata al 31 dicembre 2025. Il fatto di non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del Governo mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni e delle misure di incentivo e scoraggia chi vorrebbe continuare a fare impresa in Italia”.

Nocivelli poi chiede al Governo di “ripristinare gli impegni presi col tessuto produttivo ed industriale italiano al più presto, e comunque, non oltre il passaggio parlamentare che deve avvenire in tempi rapidissimi”.

Anche il presidente Emanuele Orsini è intervenuto, chiedendo "con urgenza l’apertura, già dalla prossima settimana, di un tavolo di confronto con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso e il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti”. Orsini ha poi aggiunto come sia “indispensabile che venga confermato quanto condiviso lo scorso 27 novembre: le risorse per gli esodati 5.0 devono essere integralmente mantenute. La credibilità degli impegni assunti è un elemento fondamentale. La fiducia tra istituzioni e sistema produttivo non può venire meno. Su questo punto serve una risposta chiara, rapida e coerente con gli impegni presi”.

Di segno analogo quello che ha detto Bruno Bettelli, presidente di Federmacchine: “La misura 5.0 è iniziata male ed è finita peggio. Il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale mette fine nel peggiore dei modi alla misura, riducendo del 65% il credito d’imposta per quelle aziende che lo hanno prenotato tra il 7 e il 27 novembre 2025, all’indomani, cioè, della chiusura improvvisa delle prenotazioni. È assurdo che queste imprese si vedano ora riconosciuto meno del 20% che avrebbero avuto scegliendo il 4.0″. Anche Bettelli punta sul tema della lesione della fiducia delle imprese: “Una decisione simile torna a minare pesantemente la nostra fiducia nei confronti del governo e penalizza tutte quelle aziende che hanno portato avanti gli investimenti sapendo di poter contare sul sostegno del credito d’imposta”.

Sulla stessa linea anche Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali di Torino: “Il taglio del 65% al credito di Imposta Transizione 5.0, contenuto nel decreto fiscale approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, è una misura che colpisce gravemente le imprese. Il provvedimento determina un danno economico concreto e immediato per centinaia di imprese che hanno operato nel pieno rispetto delle regole e delle scadenze previste dal Piano 5.0. Il taglio del 65% al credito d’imposta, applicato con effetto retroattivo, non costituisce una misura di aggiustamento tecnico: rappresenta un onere straordinario per aziende che hanno già sostenuto ingenti investimenti e che si trovano ora prive delle coperture sulle quali avevano legittimamente fatto affidamento”.

Riccardo Rosa, presidente di Ucimu – Sistemi per Produrre, sottolinea che “Con questi continui cambiamenti di fronte da parte delle autorità di governo, le imprese si sentono disorientate e senza punti di riferimento in materia di politica industriale”. Il sostegno agli investimenti sulle tecnologie di produzione, aggiunge, “è la base per assicurare al paese un tessuto industriale sano e forte, fondato sulla necessaria innovazione per competere sui mercati. Oggi le nostre aziende si sentono tradite da chi dovrebbe essere al loro fianco per facilitarle nella attività di sviluppo economico e sociale”.

Il presidente di Confindustria Lombardia Giuseppe Pasini ha definito la vicenda “un cortocircuito che compromette quel rapporto di fiducia con il mondo produttivo necessario al fine di sostenere gli investimenti e la crescita, in particolare in una fase dove la compattezza è l’unica via per navigare nella complessità globale”. Pasini ha poi aggiunto: “Penalizzare le imprese che hanno già effettuato investimenti, oltretutto in maniera retroattiva, e in una fase di grave instabilità energetica, commerciale e tecnologica, è senza dubbio la scelta meno lungimirante”.

Pietro Almici, presidente di Anima Confindustria ha detto: “Quando le regole cambiano a giochi fatti, non è solo un problema economico. È una questione di fiducia. E la fiducia, una volta incrinata, mette a rischio la capacità delle imprese di programmare, innovare e contribuire alla crescita del Paese. Chiediamo al Governo di ripristinare gli impegni assunti entro il passaggio parlamentare”.

Forte protesta anche da Giacomo Cantarella, presidente di AssoESCo, Associazione Italiana Energy Service Company e degli Operatori dell’Efficienza Energetica: “Abbiamo scritto questa mattina alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e al Ministero dell’Economia e delle Finanze, rappresentando la necessità di un intervento correttivo urgente a tutela di investimenti già sostenuti. Questo intervento colpisce direttamente la fiducia delle imprese nella capacità del Paese di accompagnarle lungo la transizione energetica e digitale e di salvaguardarne la competitività. La transizione non si realizza cambiando le regole a posteriori: servono stabilità, certezza del diritto e coerenza delle politiche industriali. Per questo riteniamo indispensabile un’azione correttiva immediata e chiediamo l’attivazione urgente di un tavolo politico-tecnico presso la Presidenza del Consiglio e il MEF, per mettere in sicurezza i progetti avviati e ripristinare credibilità e fiducia nel sistema”.

 

Nella mattinata di sabato, in occasione di un intervento nel corso di un evento tenutosi a Cernobbio, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha detto che la decisione sulle risorse da destinare a Transizione 5.0 deriva da una valutazione del governo legata a vincoli di bilancio. Le risorse limitate (gli 1,3 miliardi del fondo costituito dalla scorsa legge di bilancio) possono servire anche per altri interventi in favore delle imprese. Di qui la scelta di destinarne solo una parte agli esodati. “La vicenda delle risorse stanziate per i cosiddetti esodati delle domande di Transizione 5.0 – ha detto Giorgetti – discende proprio da questo. Dobbiamo decidere se le disponibilità devono andare a costoro o a favore delle imprese energivore piuttosto che delle aziende di trasporto o per i tagli alle accise. Per questo motivo, come governo, abbiamo deciso ieri di dare un minimo di garanzia per agevolazioni paragonabili alla vecchia 4.0, ma allo stesso tempo metterci in ascolto delle categorie per capire in una situazione di questo tipo quali sono le emergenze e le priorità che vogliono manifestare”.

 

L’incontro tra Governo e imprese è stato fissato per mercoledì 1° aprile: per quella data il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, d’intesa con il Ministero dell’Economia e delle Finanze e con il Ministero per gli Affari europei PNRR e Politiche di coesione, ha convocato a Palazzo Piacentini il tavolo di confronto con le associazioni nazionali d’impresa.

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